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Lercara Friddi. Il passato delle zolfare non impregna con più gli afrori di quel tempo che non è mai stato una scelta, tanto letterario quanto intimamente tacciato di abbandono. Una vocazione che è stata una costrizione e una possibilità d’impiego. E così si estraeva e si mangiava. Il paese rimaneva estraneo alla vista, come tutti i paesi di questa zona di Sicilia. Separati e ghettizzati. In mezzo ad una campagna che è stata simbolo e lo sarà per l’eternità. Senza sconti. L’afa, il sole, le camminate a braccetto, le tradizioni, il guardarsi per riconoscersi e il servizio verso i turisti, che sono lercaresi ritornati al paese con sogni e realizzazioni da spiegare, sono la confusione in cui trovarsi. Un luogo che aveva una funzione e si è trovato a ricrearsi un futuro spopolato. Di volti rugosi e di piazze ben conservate, dove fare colazione è ancora la più intima delle gestualità e dove l’abitudine assurta a rito comanda ancora il quotidiano e l’eccezionale. Qui, in evidenza ma non troppo, la famiglia Garofalo è partita dalle tradizioni, si è conquistata la clientela, innestandoci sopra il tempo e la novità.

Salvatore è rientrato in pasticceria per prendere le redini del padre. Anni ’90, anni di battaglie gastronomiche sedate, pochi pungoli e i lasciti di quei magnifici ’80 dove si è sporcata tutta la dolceria di tradizione. Inizia a fare i corsi, impara il lievito madre e l’arte del cioccolato, concede a Lercara la possibilità del contemporaneo, coinvolge al banco il fratello Maurizio e dedica il tempo dei rinfreschi al tempo delle colazioni, di quelle centinaia di persone che ogni giorno partono con una soddisfazione.

I prodotti devono necessariamente andare incontro alle richieste di una clientela per cui, molte volte, oltre il prezzo, decade il velo dell’interesse. Qui non siamo nel barocco e nemmeno nel borghese, questo è un luogo di retaggi minerari e accenti italo-americani. E così il dolce rimane a mezza via. C’è lo straordinario, la pasta di mandorla agrigentina senza amaro con una punta di cannella a corroborare il tutto, in varie versioni e veramente rara soprattutto a queste latitudini, c’è il tradizionale, la pantofola lercarese, glassata o spolverata ripiena di mandorle e canditi, bagnata col vino, evoluzione del pastizzotto e simbolo di ricchezza di una cittadinanza che ha provato a risollevarsi, e poi c’è il compromesso, che andrebbe rimesso a posto, ma che resta nel dovere di somministrazione democratica.

Salvatore ha una comunicazione decisa, delle scelte chiare e delle casualità trasformate in futuro. Come quella volta che un pullman di turisti americani, di ritorno dalla valle dei Templi, si fermò proprio nella sua pasticceria: locale letteralmente preso d’assalto e organizzatore del viaggio con una proposta a prima vista insensata. Perché non aprire negli Stati Uniti? E così pochi mesi dopo quella persona ritorna per concretizzare. Ma non a San Francisco o a Miami. In un paese dello stato di New York vicino a Buffalo. Furore siciliano a tutti i livelli. Dal dolce al salato. Una ventina di dipendenti e una prossima apertura, stavolta nelle strade assolate della California, di una gelateria. Così, per corroborare i luoghi comuni. Per dimostrare che la pasticceria siciliana, anche lontano migliaia di kilometri, ha sempre un fascino primordiale. Di zucchero, ricchezza, gusto ma soprattutto di serenità, di tempi allungati e sguardi satolli. E così sicilians goes to Hollywood, in quel circolo virtuoso che le stagioni sembrano non poter mai cambiare.

Salvatore ha una pasticceria consapevole, ha delle brioches lievitate che guardano ai padri, tornano ai nonni per impiantarsi stabilmente in un futuro che non potrà mai smentire se stesso, e delle doti imprenditoriali un filo oltre quelle artigianali. In Sicilia, soprattutto in questa Sicilia, per sopravvivere senza intenti stentati, l’edonistico deve sempre passare attraverso il beneficio. Perché i conti non tornano mai e il pubblico latita sempre, in un’assenza di toppe e sandali di corda e non in una presenza di braghe corte e dollaroni…